Anche il Tribunale di Milano conferma il diritto al rimborso dell’addizionale all’accisa sull’energia elettrica (e respinge molte consuete eccezioni avversarie)

Sospensione della provvisoria esecutorietà del provvedimento monitorio in ambito di fidejussione

Lo studio legale Wise, con l’Avv. Veronica Destro, ottiene la sospensione della provvisoria esecutorietà di un provvedimento monitorio ottenuto da primario istituto di credito per nullità della fidejussione omnibus sottoscritta dall’ingiunto.

In particolare in accoglimento, sebbene in via di delibazione sommaria, delle censure sollevate dall’attore opponente, il giudice patavino ha ritenuto l’opposizione plausibilmente fondata sulla scorta della nullità parziale della garanzia personale rilasciata dall’ingiunto per violazione della normativa antitrust, così come rilevato con il noto provvedimento di Banca d’Italia del 2005. Tale nullità parziale, travolgendo la clausola di deroga ai termini ex art. 1957 c.c., ha infatti determinato l’estinzione della fidejussione per decadenza dal potere di azione della banca la quale non si è attivata nei confronti del debitore principale nel termine semestrale prescritto dalla norma.

Responsabilità medica per errato trattamento di una frattura/lussazione del gomito riportata da un bambino di undici anni

Lo studio legale ha ottenuto il risarcimento dei danni (euro 25.000) subiti da un bambino di unici anni che, a seguito di una caduta in bicicletta, si procurava una frattura/lussazione al gomito destro, trattata con la riduzione incruenta anziché con la riduzione chirurgica mediante placca e filo di K.

A causa dell’errore professionale, il paziente riportava postumi invalidanti permanenti e non riacquistava la piena funzionalità dell’articolazione del gomito destro.

Il caso di malpractice

Il caso riguarda un bambino di undici anni, che, a seguito di una caduta in bicicletta, veniva portato al locale pronto soccorso, dove veniva diagnosticata la frattura e la lussazione del gomito destro, che veniva immobilizzato in doccia di posizione.  Il paziente veniva, quindi, trasferito presso un altro ospedale del territorio, dove veniva sottoposto in urgenza a riduzione incruenta e confezionamento di doccia gessata. Dopo la rimozione del gesso, poiché il bambino accusava rigidità del gomito, veniva sottoposto ad ulteriori esami presso un’altra struttura ospedaliera, dove, accertate le gravi limitazioni funzionali dell’articolazione del gomito destro, “guarito in viziosa posizione”, veniva consigliato l’intervento chirurgico di riallineamento con sintesi del capitello radiale. Veniva, quindi, eseguito un intervento di osteotomia correttiva del radio e sintesi con filo di K e placca-viti e a rieducazione funzionale.

Le conseguenze della negligenza dei sanitari

Il consulente medico legale di parte, all’esito del lungo periodo di cure ed interventi chirurgici, accertava una riduzione dell’iperestensione fisiologica dell’avambraccio, un deficit di 10° della flessione dell’avambraccio e prono-supinazione quasi abolita. Il professionista ravvisava un errore professionale in occasione del primo trattamento della frattura-lussazione del gomito destro: la lesione subita dal paziente richiedeva sin dall’inizio un intervento di riduzione chirurgica della frattura mediante placca e filo di K, non la riduzione incruenta. Tale tipo di intervento avrebbe evitato i successivi ricoveri per sintetizzazione chirurgica della frattura e per asportazione dell’ossificazione eterotopico-anchilosante e con buona probabilità avrebbe evitato anche discreta parte della rigidità articolare oggi presente, riducendo altresì gli esiti cicatriziali.

Il medico legale accertava, quindi, che le conseguenze derivate dalla condotta censurabile dell’ortopedico che eseguiva il primo intervento determinavano un danno biologico permanente del 10-12%, oltre al danno biologico temporaneo.

Le trattative e la risoluzione dell’episodio di malasanità

Istruito il caso, lo Studio formalizzava una richiesta risarcitoria in via stragiudiziale nei confronti dell’azienda sanitaria che per prima aveva avuto in cura il bambino, quantificando i danni di natura patrimoniale e non patrimoniale patiti dal paziente.

Le trattative duravano qualche mese e non portavano ad una soluzione della vertenza, poiché la   controparte si ostinava a negare la sussistenza della responsabilità.

Si decideva, pertanto, di procedere con il deposito di un ricorso ex art. 696 bis c.p.c., non essendovi ancora l’obbligo, imposto dalla successiva legge Gelli Bianco, di precedere ex art. 702 bis c.p.c.

Incardinato il giudizio nei confronti dell’azienda sanitaria, che chiamava in causa la compagnia di assicurazioni, veniva disposta una consulenza tecnica d’ufficio.

Il procedimento, agli esiti della CTU, che confermava la responsabilità del personale sanitario, si concludeva con una transazione con un risarcimento dei danni per malasanità pari ad euro 25.000, corrisposti dalla compagnia assicurativa.

La responsabilità ospedaliera per l’inserimento tardivo nella lista trapianti

Lo studio legale ha ottenuto il risarcimento dei danni (euro 60.000,00) subiti da una donna di 43 anni a cui era stata diagnosticata una leucemia degenerativa cronica. Il reparto ospedaliero di Oncologia ed Ematologia in cui era ricoverata le aveva garantito l’inserimento immediato nella lista trapianti di midollo auspicandosi altresì di trovare nel più breve tempo possibile un donatore con lei compatibile. Solo grazie ad un successivo consulto in una struttura privata, però, venne reso noto alla famiglia l’assoluta inesistenza del nominativo nella predetta lista. Lo studio legale si è pertanto occupato di ottenere un giusto risarcimento del danno per il marito e per la figlia della donna che, a causa di tale negligenza, hanno visto la propria cara perdere la vita.

Il caso

Nel novembre 2007 una giovane donna e madre veniva ricoverata presso l’ospedale di N. dove le veniva diagnosticata la Leucemia degenerativa cronica. Durante il ricovero le veniva imposto un immediato ciclo chemioterapico nonché, ove possibile, un trapianto allogenico di midollo. Dopo un mese, il Dipartimento di Oncologia ed Ematologia Oncologica dell’ospedale di N. informò la paziente dell’inserimento della stessa nel registro MUD per trapianto allogenico di midollo.

Nell’agosto 2008 la donna si rivolgeva, per un secondo consulto, alla Fondazione I. dove venne informata che, diversamente da quello che le era stato prospettato, non era stata inserita in alcuna lista: fu quindi premura della Fondazione, nel mese di settembre, attivare la ricerca di cellule staminali compatibili con la paziente.

Tuttavia, a causa del male incurabile, la donna morì il 29.04.2009 all’età di 43 anni.

L’intervento dello studio Wise

Il marito, a seguito della triste vicenda, si rivolgeva allo studio legale affinché fossero soddisfatte le sue pretese risarcitorie (nonché quelle della figlia minorenne), per la negligente omissione dell’Azienda Ospedaliera colpevole di aver determinato otto mesi di ritardo nell’inserimento della paziente nella lista nazionale trapianti.

Veniva così richiesta una perizia medico legale, effettuata con l’ausilio di specialisti nel settore ematologo oncologico, dalla quale emergeva che solo un trapianto allogenico di midollo osseo avrebbe potuto aumentare le chance terapeutiche della paziente, sebbene il suo stato di salute fosse comunque compromesso.

Alla luce di quanto detto e del fatto che i tempi medi per reperire un donatore compatibile di midollo osseo oscillano statisticamente tra un minimo di 35 giorni fino ad un massimo di 6 anni, la cartella clinica della paziente venne attentamente vagliata e ne derivò che il ritardo con cui la paziente venne inserita nelle liste trapianti fu una mera concausa dell’evento morte e non ragione esclusiva, unica e determinante del decesso della paziente.

La definizione stragiudiziale della vertenza

 A seguito di una trattativa stragiudiziale serrata da parte dello studio legale, la compagnia assicuratrice del Dipartimento di Oncologia ed Ematologia, pur disconoscendo qualsiasi tipo di responsabilità nell’operato della struttura ospedaliera, pro bono pacis presentò offerta transattiva per un importo complessivo pari ad euro 60.000,00, di cui 25.000,00 per la figlia minorenne della donna.

Responsabilità medica per ritardata diagnosi e ritardato approccio terapeutico dell’ernia discale

Lo studio legale ha ottenuto il risarcimento dei danni (euro 380.000) subiti da una donna di 36 anni, che, a causa della ritardata diagnosi di mielopatia acuta da compressione dorsale e del conseguente ritardo nell’esecuzione dell’intervento di asportazione dell’ernia discale, ha riportato postumi invalidanti, consistenti in paraplegia dell’arto inferiore sinistro e vescica neurologica.

Il caso di malpractice

Il caso riguarda una giovane donna di 36 anni, portatrice di ernie discali multiple strumentalmente rilevate anni prima, che alle 9,30 del mattino si rivolgeva al locale Pronto Soccorso, lamentando un forte dolore lombo-sacrale.

Ricoverata in astanteria, dopo una visita ortopedica effettuata a due ore circa dall’ingresso in Pronto Soccorso, veniva richiesta una risonanza magnetica, che i medici eseguivano solo nella tarda mattinata del giorno seguente. A seguito di una progressiva perdita di forza negli arti inferiori e di comparsa di vescica neurologica, la paziente veniva sottoposta ad una seconda RMN e quindi inviata d’urgenza al Pronto Soccorso di un altro Ospedale pubblico della Regione Veneto, dove, previ ulteriori accertamenti diagnostici, veniva sottoposta ad intervento chirurgico d’urgenza di asportazione dell’ernia.

A causa del ritardo nell’approfondimento diagnostico strumentale da parte dei medici della prima struttura ospedaliera (RMN eseguita a oltre 24 ore dall’accettazione) e, di conseguenza, nell’adeguato approccio terapeutico, all’esito dell’intervento di asportazione di ernia discale, eseguito con urgenza presso la seconda struttura, e di un lungo periodo di riabilitazione, la paziente riportava dei postumi permanenti invalidanti, consistenti in paraplegia all’arto inferiore sinistro e vescica neurologica, valutati dal consulente di parte dell’assistita in 60 punti percentuali.

L’azione legale: querela nei confronti dei sanitari e richiesta di risarcimento all’azienda ospedaliera

La danneggiata, con l’assistenza degli avvocati dello studio, proponeva denuncia-querela nei confronti del medico del Pronto Soccorso, dell’ortopedico e del medico di guardia che l’avevano avuta in cura.

Dopo il deposito della consulenza medico legale disposta dal P.M., detti medici venivano rinviati a giudizio per il reato di lesioni personali colpose gravi, con l’imputazione di aver omesso di sottoporre o far sottoporre con urgenza la paziente ad accertamenti mediante risonanza magnetica e/o di inviare la paziente presso altra struttura ospedaliera, di aver omesso con colpa, in particolare per imprudenza, imperizia e negligenza, di diagnosticare una mielopatia acuta da compressione dorsale, causando alla paziente un’incapacità di attendere alle ordinarie occupazioni per un tempo superiore ai 40 giorni e una riduzione permanente della capacità di deambulare, in particolare a carico dell’arto inferiore sinistro.

La danneggiata, sempre con il patrocinio dei professionisti dello studio, visto l’esito della perizia medico legale depositata nel procedimento penale, inoltrava anche una richiesta stragiudiziale di risarcimento danni all’Azienda Ospedaliera cui appartenevano i medici rinviati a giudizio.

L’accertamento della fondatezza della pretesa risarcitoria

La relazione peritale redatta dal consulente medico legale incaricato dal P.M. nel procedimento penale a carico dei medici evidenziava, innanzitutto, che le ernie sintomatiche del disco intervertebrale toracico sono le più rare e tuttavia le più devastanti di tutte le lesioni discali e che la diagnosi viene fatta con l’esame anamnestico e con l’esame obiettivo e la conferma della diagnosi avviene mediante risonanza magnetica.

Il perito accertava che c’era stato un notevole ritardo nella diagnosi di mielopatia acuta da compressione dorsale, in quanto già al momento dell’accettazione al P.S. vi erano i sintomi e i segni indicativi di un danno neurologico e nella serata dello stesso giorno si manifestava in tutta evidenza l’ingravescenza dei sintomi, con ritenzione vescicale, segno evidente di compromissione neurologica, che rendeva necessaria l’applicazione di un catetere.

Il perito medico legale rilevava che, a fronte di un tale quadro clinico è pratica consolidata procedere con urgenza alla risonanza magnetica e all’intervento chirurgico, cosa che nel caso in esame non è avvenuto, poiché la risonanza fu eseguita soltanto nella tarda mattinata del giorno successivo all’ingresso al P.S..

Il perito medico legale accertava, in conclusione, che vi era stato un ritardo diagnostico e un conseguente ritardo terapeutico, che avevano cagionato alla paziente un aggravamento delle condizioni neurologiche e dell’esito finale, poiché un intervento chirurgico tempestivo avrebbe esitato probabilmente solo una minima compromissione della deambulazione.

La trattativa stragiudiziale e la definizione del sinistro

Sulla scorta dell’esito favorevole della perizia medico legale eseguita dal consulente del P.M., nonché della perizia di parte resa dal consulente della danneggiata, lo studio avviava una serrata trattativa stragiudiziale con la compagnia assicuratrice dell’Azienda Ospedaliera.

La trattativa portava in breve al graduale incremento della somma inizialmente offerta e si concludeva con una transazione ante causam e con la conseguente remissione della querela sporta nei confronti dei medici.

La transazione avveniva per un risarcimento di euro 380.000,00, tenuto conto del fatto che al tipo di intervento chirurgico in questione sarebbe conseguita comunque una minima compromissione della deambulazione, come rilevato dal consulente del P.M., nonché dal consulente della compagnia assicurativa, che quantificava l’invalidità permanente che sarebbe comunque residuata in almeno 25 punti percentuali.

Pertanto, la compagnia assicurativa si rendeva disponibile a riconoscere soltanto il risarcimento della percentuale di invalidità riconducibile causalmente alla condotta dei medici, al netto dell’invalidità che sarebbe con buona probabilità comunque residuata.

L’assistita valutava la convenienza della definizione transattiva della vertenza, anche alla luce delle puntuali informazioni rese dal proprio legale in merito alla congruità dell’offerta e ai tempi, ai rischi e agli oneri di un eventuale procedimento giudiziale.

Contestualmente al risarcimento del danno per lesione dell’integrità psico-fisica della paziente, veniva riconosciuto anche il risarcimento del danno morale/esistenziale subito dal marito e dal figlio di costei, liquidato in via equitativa in Euro 10.000 a favore del marito ed Euro 20.000 a favore del figlio.

 

Responsabilità medica per errato trattamento di calcolosi colecisto-coledocica

Lo studio Wise ha ottenuto il risarcimento dei danni (euro 35.500,00) subiti da una signora di 80 anni, la quale veniva operata per un calcolo alla colecisti con intervento di papillosfinterotomia, passaggio del catetere e rimozione del calcolo. Estratto il calcolo i medici posizionavano una protesi autoespandibile, che si spezzava al momento della successiva estrazione, per cui una parte di circa 3 centimetri rimaneva all’interno del lume intestinale, causando dopo breve tempo una peritonite acuta, che richiedeva intervento chirurgico d’urgenza, con resezione di porzione del sigma per via laparotomica, chiusura del retto e confezionamento di ano artificiale.

Il caso di malpractice

Il caso riguarda una paziente ottantenne portatrice di calcolosi colecisto-coledocica, che veniva ricoverata e sottoposta a papillosfinterotomia, passaggio del catetere e rimozione del calcolo.

Dopo l’estrazione del piccolo calcolo, i medici rilevavano che non vi erano difetti di riempimento e che lo scarico duodenale del mezzo di contrasto era buono. Si decideva comunque di posizionare una protesi autoespandibile, programmando il controllo e la rimozione della protesi dopo due mesi.

Dopo quasi quattro mesi la paziente veniva ricoverata per effettuare la rimozione della protesi, ma durante l’intervento la protesi si spezzava e se ne estraeva soltanto una parte, mentre l’altra scivolava nel duodeno e si decideva di non tentarne il recupero.

Nella lettera di dimissioni si dava atto soltanto della rimozione della protesi, che risultava deteriorata, mentre nulla si diceva a proposito della perdita di una parte della protesi nel duodeno.

Dopo quindici giorni dall’intervento di rimozione della protesi, la paziente accusava forti dolori addominali e veniva pertanto ricovera d’urgenza. La TAC addominale evidenziava una perforazione intestinale e la presenza di un frammento protesico di circa 3 cm.

La paziente veniva quindi sottoposta ad un intervento chirurgico d’urgenza, previa laparotomia, durante il quale era evidenziata la perforazione del sigma con fuoriuscita della protesi biliare. Era effettuata una resezione della porzione di sigma interessata, con confezionamento di ano artificiale.

Dopo circa due anni e mezzo la paziente veniva ricoverata per occlusione ileale da sidrome aderenziale, con infarto intestinale e sottoposta a viscerolisi, con ampia resezione di ileo (circa 40 cm).

 

Le conseguenze dell’imperizia e della negligenza dei sanitari

Il consulente medico legale di parte ravvisava diversi profili di responsabilità professionale nella condotta dei medici che ebbero in cura la paziente, in particolar modo in relazione al posizionamento della protesi biliare, alla sua rimozione con permanenza in sede di un frammento protesico e alla successiva perforazione del sigma.

Il consulente rilevava, innanzitutto, che non fu corretta la decisione dei medici di inserire una protesi biliare, in quanto non si erano evidenziati difetti di riempimento ed era stato dimostrato un buono scarico duodenale con il mezzo di contrasto.

A parere del consulente medico legale il posizionamento della protesi non era indicato, in quanto la stenosi biliare era stata risolta dall’intervento di papillo-sfinterotomia e la protesi era non solo inutile, ma potenzialmente dannosa.

Rilevava inoltre il consulente che l’intervento di rimozione della protesi avveniva quattro mesi dopo, anziché due, come inizialmente programmato, con aumento del rischio di rottura, per nota degenerazione spontanea del materiale protesico.

Il consulente censurava inoltre la procedura di rimozione della protesi e la successiva gestione del frammento protesico rimasto all’interno del duodeno.

Durante l’estrazione della protesi questa si spezzava e una buona parte, circa 3 cm su una lunghezza totale di 5 cm, rimaneva nel duodeno, scivolando a valle.

Secondo il consulente di parte non fu corretta la decisione di non tentare il recupero della protesi, sebbene la paziente, vista l’età, presentasse un intestino poco elastico e fosse portatrice di diverticolosi.

Censurabile, inoltre, è stata ritenuta la condotta dei medici per non aver riferito nella lettera di dimissioni della rottura della protesi e per non aver programmato alcun monitoraggio radiologico del frammento protesico, né un controllo clinico, al fine di valutare un eventuale recupero del frammento mediante colonscopia.

In effetti, dopo quindici giorni la paziente subiva la perforazione del sigma e doveva essere sottoposta a resezione sigmoidea per via laparoscopica, con confezionamento di ano preterminale e successiva ricanalizzazione. A distanza di tempo si verificava poi un volvolo, con insorgenza di infarto intestinale, che rendeva necessario un altro intervento chirurgico, con ampia resezione di ileo.

Il consulente medico legale, accertata la responsabilità professionale dei medici, valutava che i postumi dessero esito ad un danno biologico permanente del 15%.

 

La trattativa stragiudiziale e la definizione del sinistro

Avuto il parere favorevole del consulente medico legale, lo studio legale inviava formale richiesta di risarcimento danni all’azienda ospedaliera, cui seguiva l’apertura del sinistro da parte della compagnia assicurativa e l’invito a visita dell’assistita.

Seguiva una trattativa stragiudiziale che in pochi mesi portava alla definizione della vertenza, con il risarcimento di € 35.500,00, oltre alla rifusione delle spese legali, da parte della compagnia assicurativa.

Malasanità: errore diagnostico per omessa rilevazione di una neoformazione espansiva in sede cerebellare mediana

Lo Studio ha definito con esito favorevole il caso di una bambina di dodici anni che, recatasi presso il pronto soccorso a causa di una intesa cefalea, con conati di vomito ed una transitoria parestesia alla mano destra ed alla lingua, veniva ricoverata, sottoposta ad ulteriori accertamenti e a TAC cerebrale, venendo dimessa pochi giorni dopo. Lo specialista radiologo, con evidente errore di diagnosi, non rilevava una neoformazione espansiva di 1,5-2 centimetri di diametro presente in sede cerebellare mediana. Da tale omissione derivava la necessità di sottoporre la paziente, dopo circa un anno e mezzo, ad un intervento chirurgico altamente invasivo, a causa dell’aumento del volume della massa tumorale avvenuto nel frattempo.

Con l’assistenza degli avvocati dello studio, la paziente è riuscita ad ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali (euro 270.000) patiti in conseguenza dell’omessa diagnosi della neoformazione nella delicata sede cerebellare.

La vicenda clinica e l’omessa diagnosi della neoformazione in sede cerebellare

La paziente, all’età di dodici anni, veniva accompagnata dai genitori presso il locale Pronto Soccorso, poiché lamentava una intensa cefalea. La stessa veniva, quindi, sottoposta ad una visita specialistica e ad un elettroencefalogramma, dal quale non veniva rilevato nulla di anomalo. Pochi giorni dopo, la paziente si recava nuovamente presso il Pronto Soccorso, a causa di una intensa cefalea con conati di vomito. Nell’occasione riferiva al neurologo anche una transitoria parestesia alla mano destra ed alla lingua. Veniva, quindi, ricoverata per un breve periodo di osservazione e veniva sottoposta ad ulteriori accertamenti. Lo specialista prescriveva una TAC cerebrale, che escludeva reperti patologici. Il radiologo commentatore della TAC cerebrale, con un evidente errore di diagnosi, non rilevava una neoformazione espansiva di 1,5-2 centimetri di diametro, presente in sede cerebellare mediana.

La paziente veniva curata con farmaci che facevano regredire i disturbi e veniva dimessa.

Dopo regolari controlli periodici, la paziente, dopo circa un anno e mezzo dal primo accesso al pronto soccorso, si sottoponeva ad una visita oculistica e lo specialista, nell’occasione, rilevava un edema papillare bilaterale e suggeriva l’esame del campo visivo. Un mese dopo la paziente veniva sottoposta ad una nuova visita oculistica durante la quale lo specialista rilevate alcune anomalie, prescriveva una visita neurologica con TAC cerebellare urgente.

Dalla TAC, eseguita lo stesso giorno, emergeva che in sede cerebellare mediana vi era una neoformazione di circa 5 centimetri di diametro.

La bambina il giorno stesso veniva sottoposta ad intervento di terzoventricolostomia, finalizzato alla riduzione dell’ipertensione endocranica e dell’idrocefalo e, dopo circa dieci giorni veniva sottoposta ad un ulteriore intervento chirurgico in cui veniva praticata la craniectomia sub occipitale con asportazione di circa l’80% della neoformazione, che poi veniva riconosciuta essere un medulloblastoma, una delle neoplasie più frequenti dell’infanzia.

A seguito dell’intervento, la paziente presentava, quali conseguenze dell’operazione, disartria (un disturbo all’articolazione della parola), strabismo convergente e difficoltà a deambulare. La degenza ospedaliera, durata oltre un mese, attestava che la paziente presentava una depressione reattiva, una atassia cerebellare (che comporta una andatura cosiddetta “da ubriaco”), una lieve emiparesi dell’arto superiore sinistro, diplopia e strabismo convergente. Doveva sottoporsi, in seguito, a cicli di chemioterapia e radioterapia e, negli anni successivi all’intervento, veniva sottoposta anche ad un programma di riabilitazione neuro-psicologica, logopedia, neuro-motoria, a visite oculistiche ed a periodici controlli presso la clinica di oncoematologia pediatrica dell’azienda ospedaliera del capoluogo di Provincia.

Le conseguenze della negligenza dei sanitari

La perizia medico legale di parte evidenziava un errore di diagnosi del medico radiologo commentatore della prima TAC alla quale veniva sottoposta la paziente, non avendo rilevato una neo-formazione espansiva del diametro di 1,5-2 centimetri di diametro, presente in sede cerebellare mediana. Una diagnosi tempestiva avrebbe consentito un approccio terapeutico meno aggressivo, con elevate probabilità di limitare, se non annullare, le complicanze chirurgiche e radioterapiche. L’intervento chirurgico a cui la paziente veniva sottoposta dopo un anno e mezzo dalla prima TAC consistette nell’asportazione di una massa tumorale che nel frattempo era raddoppiata di dimensioni, con la conseguente necessità di asportare anche il tessuto sano in percentuali maggiori, con gravi conseguenze menomanti.

Le trattative e la risoluzione in via transattiva dell’episodio di malasanità

Istruito il caso, lo Studio formalizzava una richiesta risarcitoria in via stragiudiziale, quantificando i danni di natura patrimoniale e non patrimoniale patiti dalla paziente.

Le trattative duravano qualche mese e non portavano ad una soluzione della vertenza.

Si decideva, pertanto, di procedere con il deposito di un ricorso ex art. 696 bis c.p.c., non essendovi ancora l’obbligo, imposto dalla successiva legge Gelli Bianco, di precedere ex art. 702 bis c.p.c.

Incardinato il giudizio nei confronti della struttura ospedaliera, che chiamava in causa la compagnia di assicurazione, veniva disposta una consulenza tecnica d’ufficio.

Il procedimento, agli esiti della CTU, che confermava la responsabilità del personale sanitario, si concludeva nel giro di pochi mesi e si addiveniva ad una transazione, con un risarcimento dei danni per malasanità pari ad euro 270.000, corrisposti dalla compagnia assicurativa.

Responsabilità del medico di medicina generale per omessa prescrizione di visita chirurgica a fronte di evidenza diagnostica di tumore della tiroide

Lo studio legale Wise ha risolto positivamente il caso di una donna che, sotto il controllo del proprio medico di medicina generale, dal 2001 si sottoponeva regolarmente a controlli ecografici della tiroide per la presenza di noduli, fino a quando, nel gennaio del 2005, l’esame istologico su materiale prelevato mediante agoaspirato diede come responso: tumore ossifilo della tiroide (c.d. tumore a cellule di Hurtle). A fronte della diagnosi il medico di base consigliava soltanto di continuare il monitoraggio con controlli ecografici annuali.

Solo anni dopo, nel febbraio del 2013, a seguito di visita endocrinologica e di ulteriori accertamenti che rivelavano formazioni nodulari multiple in ambito parenchimale polmonare, la donna veniva sottoposta ad intervento di tiroidectomia totale, ma purtroppo l’intervento non era risolutivo e la paziente, alla fine del 2017, decedeva a causa della patologia.

Lo studio legale Wise ha ottenuto il risarcimento dei danni (euro 370.000) subiti dai due figli della donna, a titolo di danno non patrimoniale per la perdita del rapporto parentale.

Il caso di malasanità: omessa prescrizione di visita chirurgica da parte del medico di medicina generale a fronte di evidenza diagnostica di tumore della tiroide

Il caso riguarda una donna che nel gennaio del 2005 si sottoponeva, su prescrizione del proprio medico di base, ad un controllo radiografico alla tiroide e ad agoaspirato tiroideo, in quanto sin dal 2001 presentava noduli alla tiroide.

Il referto dell’agoaspirato orientava per un tumore ossifilo della tiroide (c.d. tumore a cellule di Hurtle) e il medico di base, visto il referto, consigliava di continuare con i controlli radiografici annuali.

Nell’autunno del 2011 la paziente si rivolse al medico di base lamentando una tosse persistente, ma gli esami prescritti dal medico non evidenziarono nulla di particolare. Nell’ottobre del 2012, persistendo la tosse, alla paziente veniva prescritta una visita endocrinologica. L’endocrinologo consigliava alla paziente altri accertamenti, tra cui radiografia al torace, TAC e biopsia polmonare, che rilevarono multiple formazioni nodulari in ambito parenchimale polmonare e portarono ad una diagnosi di tumore neoplastico a cellule di Hurtle. Seguì, quindi, visita oncologica ed intervento di tiroidectomia totale, eseguito nel febbraio del 2013.

La paziente nei mesi a seguire venne sottoposta a radioterapia e a terapia farmacologia, ma le sue condizioni continuarono ad aggravarsi progressivamente, fino al decesso, avvenuto alla fine del 2017.

La richiesta stragiudiziale di risarcimento

Lo studio legale Wise acquisiva innanzitutto il parere del proprio consulente medico legale, il quale, dopo aver esaminato tutta la documentazione medica e sottoposto a visita l’assistita, riteneva sussistere la responsabilità del medico di base, poiché costui, a fronte della diagnosi di tumore alla tiroide e dell’aumento delle formazioni nodulari, avrebbe dovuto consigliare alla paziente una visita chirurgica.

Lo studio Wise, forte del parere positivo del medico legale, interveniva in nome e per conto della paziente, formulando in via stragiudiziale richiesta di risarcimento danni al medico di medicina generale.

La compagnia assicuratrice del medico apriva il sinistro e sottoponeva a sua volta a visita la paziente.

Seguirono le trattative per la definizione del sinistro, ma, purtroppo, nelle more l’assistita venne a mancare.

Lo studio Wise convocava quindi gli eredi della donna, che aveva due figli non conviventi, e inviava una nuova richiesta di risarcimento danni a nome dei figli.

L’accertamento della fondatezza della pretesa risarcitoria

Il consulente medico legale incaricato dallo Studio Wise ravvisava profili di responsabilità del medico di base che aveva avuto in cura la paziente nel 2005, poiché, a fronte dell’esito dell’agoaspirato, che orientava per un tumore della tiroide, e dell’aumento delle formazioni nodulari, costui avrebbe dovuto, secondo quanto imponeva la letteratura scientifica dell’epoca, consigliare alla paziente una visita chirurgica e l’intervento chirurgico.

Il consulente evidenziava inoltre che, se l’intervento fosse stato eseguito nei primi mesi del 2005 anziché nel febbraio del 2013, quando la malattia era ormai in fase metastatica e avanzata, l’intervento sarebbe stato meno esteso e sarebbe stato probabilmente risolutivo o comunque la paziente avrebbe avuto maggiori chance di sopravvivenza.

Evidentemente anche il consulente della compagnia assicurativa del medico ravvisò profili di responsabilità medica, poiché la controparte si dimostrò disponibile a trattare in via stragiudiziale per giungere ad una transazione.

La trattativa stragiudiziale e la definizione del sinistro

La trattativa stragiudiziale iniziava quando ancora l’assistita era in vita, anche se molto provata dalla malattia, ma di lì a breve costei veniva a mancare e lo studio Wise, dopo aver acquisito la documentazione comprovante la causa del decesso, che si rivelava essere stata la patologia diagnosticata nel 2005, interveniva in nome e per conto dei due figli della defunta, chiedendo il risarcimento del danno per la perdita della congiunta.

Tenuto conto del fatto che i figli non erano conviventi con la defunta e che trattavasi di danno da perdita di chance, il risultato ottenuto dallo studio Wise è rimarchevole, poiché a ciascun figlio è stata riconosciuta la somma di euro 185.000,00 e così complessivamente euro 370.000,00.

Il danno non patrimoniale da perdita del rapporto parentale viene liquidato sulla base delle tabelle redatte dall’Osservatorio del Tribunale di Milano, le quali per ogni grado di parentela prevedono un range di valori tra un minimo e un massimo, da liquidarsi in base alle circostanze del caso concreto (convivenza, frequentazione con il congiunto, ecc…).

In caso poi di danno da perdita di chance, cioè di danno da perdita o riduzione delle possibilità di guarire o di sopravvivere più a lungo, la liquidazione avviene in via equitativa, commisurata alle presumibili possibilità di sopravvivenza del paziente in caso di corretto e tempestivo approccio terapeutico.

Malasanità: errore tecnico nell’esecuzione di intervento di isterectomia

Lo studio legale ha ottenuto il risarcimento dei danni (euro 37.000,00) subiti da una signora di 46 anni, la quale, durante un intervento di isterectomia allargata, a causa dell’imperizia del chirurgo, subiva la lesione chirurgica o da strappo dell’uretere di destra e della vescica, cosa che rendeva necessari ulteriori ricoveri ed interventi chirurgici, i quali lasciavano degli esiti cicatriziali.

Il caso di malpractice

Il caso riguarda una donna di 46 anni, che, a seguito di diagnosi di carcinoma uterino, veniva sottoposta ad intervento di isterectomia allargata (asportazione di utero, ovaie e tube, parametrio e paracolpo).

Dopo l’intervento la donna manifestò incapacità ad urinare e venne pertanto sottoposta a uro-TC, che rilevò la presenza di urina all’interno dell’uretere di destra e della vagina e il radiologo sospettò la lesione del tratto pelvico dell’uretere di destra e segnalò la presenza di una fistola peritoneo-vaginale.

Si rese quindi necessario posizionare un catetere vescicale e la paziente venne successivamente ricoverata per eseguire un intervento di nefrostomia a destra, al fine di far fuoriuscire l’urina dal rene. La cistoscopia evidenziò la fistola uretero-vaginale e la lesione dell’uretere destro e fu posizionato uno stent.

Durante la convalescenza si manifestarono delle complicanze, a causa della dislocazione dello stent e la paziente venne nuovamente ricoverata per la rimozione dello stent.

Ci fu, infine, un altro ricovero, durante il quale vennero eseguiti ulteriori accertamenti diagnostici, per poi trattare chirurgicamente la lesione dell’uretra e della vescica con ureterocistostomia (abboccamento chirurgico dell’uretere con la vescica).

Fortunatamente l’intervento e il decorso post-operatorio non ebbero complicanze, ma residuarono una cicatrice laparotomica dall’ombelico alla regione sovrapubica lunga 14 cm e altre cicatrici alla regione lombare destra e alle fosse iliache.

Le conseguenze dell’imperizia dei sanitari

Il consulente medico legale di parte, esaminati i dati anamnestici e clinico documentali, ravvisò un errore tecnico nell’intervento di isterectomia allargata.

Il consulente precisava che il verbale dell’intervento non segnalava particolari difficoltà operatorie, ma che in realtà, nella fase di esposizione dei visceri, vi fu la lesione chirurgica o da strappo dell’uretere di destra e della vescica stessa. Ciò spiega la successiva formazione di fistola con spandimento di urina nella vagina e la necessità della nefrostomia e dell’esecuzione dell’ureterocistostomia.

Il consulente medico legale accertava quindi che, oltre al danno biologico temporaneo conseguito ai numerosi ricoveri, vi fu un danno biologico permanente, rappresentato dagli esiti cicatriziali chirurgici e dal laparocele, quantificabile orientativamente nella misura del 13%.

La trattativa stragiudiziale e la definizione del sinistro

Avuto il parere favorevole del consulente di parte, lo studio Wise formalizzava una richiesta di risarcimento danni all’azienda sanitaria responsabile, cui seguiva l’apertura del sinistro da parte della compagnia assicurativa e l’invito a visita dell’assistita.

Dopo la visita di controparte, lo studio avviava la trattativa stragiudiziale con il liquidatore della compagnia, trattativa che si concludeva in tempi rapidissimi, una settimana appena, con una transazione e con un risarcimento danni di euro 37.000,00, oltre alla rifusione delle spese legali.